Generic Animal: la vera anima dell’emo in Italia

 

In attesa di vederlo live su uno dei nostri palchi #stayk, vi riportiamo questa bella intervista di Vice a cura di  Chiara Muzzicato!

Luca Galizia è del 1995, in arte si fa chiamare Generic Animal da qualche anno, suona musica e la scrive, per sé e per e altri, e durante l’intervista gli cade il cappello almeno cinque volte. Mi chiede due volte “Come stai?” (non “come va”), una volta prima di entrare nella stanza e poi non appena ci sediamo, non proprio uno davanti all’altra, ma un po’ di lato.

Siamo qui per parlare del suo nuovo disco, Presto, ma iniziamo col dirci di quanto sia strano fare le interviste, della curiosità che serve per mettersi a scrivere domande, di quanto a volte stai così chiuso dentro te stesso che non hai energie per guardare al mondo fuori. Ed è quello che Luca chiama un “turbine forte”, quello che lo ha investito nel fare questo disco, e che è tutto un “aspettare di far solidificare quello che hai fatto per un anno e che in realtà dentro di te è pronto, anzi lo stai affrontando da mesi, e diventa una specie di roba che non sai più che fartene”.

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“Scrivi una canzone e poi nel tempo trovi un significato così pesante che quasi non vuoi farla uscire perché ha un legame così emotivo, personale e intimo. Però poi decidi di farlo perché è quello il passo vero per chiudere qualcosa”

Il disco uscirà a fine febbraio ed è stato anticipato da tre singoli: “Sorry“, “Presto” con il featuring di Franco126 e “1400”, che esce oggi, venerdì 24 gennaio. È un disco che è anche un nuovo debutto, dopo l’album omonimo del 2018 ed Emoranger, prodotto da Zollo. Ma stavolta è tutto diverso, la materia è nuova e ribolle come magma, “come un vulcano silenzioso, tipo il Monte Fuji, che è attivo ma non si sa quando esplode, come il Vesuvio, ecco!”

Quello che fa Luca è un qualcosa di delicato, che non è facile da far rientrare in categorie o generi musicali prestabiliti: Luca ha l’emo, ha l’hip-hop, ha i suoi cori e ritornelli, e adesso anche i suoi testi. Dopo aver suonato nei Leute, nel 2018 è diventato Generic Animal, prestando la voce ai testi di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came, e spaccando con un disco leggero e delicato che voleva essere pop e invece è emo e doloroso come una coltellata.

“Ho delle questioni emotive molto forti, ci scrivo una canzone per riderci sopra ma anche per piangerci sopra.”

Con Emoranger, il disco successivo, si stretchano e si mischiano ancora di più i confini di quella che era stata la musica finora per Generic Animal: i testi sono finalmente suoi, le sonorità sono distorte e virano verso la trap. E succede quello che in tutto il mondo stava già succedendo: l’emo entra a gamba tesa nella trap e Luca entra a gamba tesa nella trap italiana. Lo sentiamo suonare e fare i cori in “Rehab” di Ketama126, canzone che diventa un culto e un inno della Love Gang. Dopo di questa altre collaborazioni, con Skinny, Pretty Solero, diventando così l’animo emo della trap italiana, quella parte sensibile di cui la trap italiana non sentiva di avere bisogno. E invece ne aveva, eccome. Per questi motivi, parlare oggi del suo nuovo disco è importante: sonorità nuove e inaspettate, chitarre e sax che spuntano quando meno te lo aspetti, testi nuovi e vecchi, un amico che ritorna.

“È stato un disco un po’ difficile da accettare, quando l’ho scritto e mentre l’ho scritto, perché non sapevo di scriverlo. Scrivi una canzone e poi nel tempo trovi un significato così pesante che quasi non vuoi farla uscire perché ha un legame così emotivo, personale e intimo. Però poi decidi di farlo perché è quello il passo vero per chiudere qualcosa”. Parlare della genesi del disco in questo caso è importante tanto quanto parlare del suo contenuto: i ricordi, la memoria, il passato. Ascoltarlo per me è stato come aprire il diario segreto di qualcuno, glielo dico, Luca ride ed è d’accordo.

Sai l’importante è che ci vediamo però / senza troppo di cui lamentarci / e non ci scordiamo che / siamo amici però / questa è casa tua / e io non ho più la mia. Questa è “Volvo”, un pezzo che Luca dedica a suo padre e alla sua famiglia in cui Meno spendi e poi più spendi / che non parli e te la prendi. “Ho delle questioni emotive molto forti, ci scrivo una canzone per riderci sopra ma anche per piangerci sopra. E in quel momento ho deciso che tutta quella roba che avevo dentro è finita lì”. Come mi dice poco dopo, è difficile accettare che a volte sembra possibile comunicare un’emozione solo attraverso un testo, e allora forse, mi dice ridendo, “un giorno smetterò di cantare e inizierò a fare musica strumentale e andrò in giro con un megafono, a urlare alle persone”.

Parlando di musica, esce fuori la seconda novità di questo disco: la produzione di Fight Pausa. Luca e Carlo Luciano Porrini (adesso nei 72-HOUR POST FIGHT) sono amici da dieci anni, suonavano insieme nei Leute e non hanno veramente mai smesso, tranne per alcune piccole pause. Mentre mi racconta di Carlo e del lavoro fatto insieme su questo disco, Luca è gasatissimo. Mi dice che canzoni come “Como by night” e “Nirvana” se le portano dietro da tre anni, da quando aveva appena finito il primo disco, e che l’apporto di Carlo al suo materiale è stato necessario e salvifico, proprio perché erano scelte musicali che arrivavano da “un cervello più arioso, più poroso”, e quindi più libero. Poi ridendo (durante quest’ora abbiamo riso un sacco) mi rivela il suo sogno proibito: “fare un disco tutto fatto da me su GarageBand, perché mi affeziono tantissimo alle mie demo fatte in mutande a casa”.

In questo disco i featuring sono pochi, ma significativi. Luca ha infatti scelto persone che lo emozionano, che lo fanno stare bene, per allargare lo spettro di interpretazioni del disco stesso. Di Nicolaj Seriotti, che canta da solo tutta “Alveari”, dice che lo fa “sentire coccolato anche dal modo un po’ brutal in cui dice alcune cose, alla fine è molto dolce e delicato; è uno studente, ha 20 anni, però lo dice in una maniera che mi tocca molto”.

Inizio a capire cos’è per Luca questo nuovo disco: è affondare le mani in tutto lo schifo del passato e dire “basta, c’è da pulire”.

La stessa felicità emerge quando parliamo di “Scherzo”, un pezzo sull’avere quindici anni in una scuola di “balordi”, in cui rappa Massimo Pericolo—o Vane, come lo chiama Luca. Questo pezzo nasce da un riconoscimento, da un’esperienza condivisa. Ho scelto un posto e non lo cambio se poi mi dovessi distrarre / sappi che è solo colpa tua / io non lo volevo fare / Se questo scherzo dura troppo e poi mi annoio chiamo mio padre / Fermiamo tutti andiamo a casa. “Appena Vane l’ha sentito ha capito il motivo per cui ho scritto quelle robe, che non era ‘minchia, andiamo in bagno e ci fumiamo i cannoni’, era tipo ‘c’è casino a scuola, un momento mi sento mega partecipe e l’altro voglio scappare perché arrivano le interrogazioni e non ho studiato”.

Negli ultimi due versi del featuring di Massimo Pericolo in “Scherzo”, invece, sentiamo questo: Io ho un amico che ha comprato una pistola / se vuoi andiamo a sparare. Subito ci troviamo catapultati dentro il video di “Sabbie d’oro”, (una delle canzoni di Scialla Semper, primo album di Massimo Pericolo, in cui Luca canta il ritornello) a giocare a fare i grandi, a coltivare quella parte innocente di se stessi che rimane sempre, nonostante tutto. Chiedo a Luca di parlarmi di questo, lui lancia una frecciatina: “Super autoreferenziale quel pezzo lì, chissà cosa avrà voluto dire!”, e ride. Poi mi dice che quel coro lo ha registrato con una cuffietta dell’iPhone prima ancora che Generic Animal esistesse. Quello che vedo e che capisco è che l’approccio di Luca al fare musica non è cambiato, ma anche che dietro questa apparente leggerezza c’è grande pensiero, e dolore, e ansia.

E chiedo troppe volte scusa / senza farmi mai perdonare è invece una citazione da “Camper”, un pezzo del disco precedente, Emoranger. Il tema del chiedere scusa emerge fortissimo anche in questo nuovo disco, tornando in molti pezzi come un chiodo fisso. E infatti lo è. “Sono abituato fin da bambino a chiedere scusa, anche quando non dovevo. E visto che è una specie di filtro, quando faccio delle cose molto gravi penso che questa cosa vada bene lo stesso, e invece mi ha fottuto”. A volte chiedere scusa è un modo per superare le cose e lasciarle lì, irrisolte, “e non è che torni indietro poi, hai comunque scelto: hai dribblato e poi ti è arrivata comunque una cannonata dal portiere. In questo disco in particolare molti pezzi parlano di quello”.

Voglio finire questa intervista con una domanda personale, che poi scopro essere condivisa e importante. Gli chiedo di parlarmi un po’ di “Scarpe #2”, canzone alter-ego di “SCARPE #1”, primo pezzo del primo disco. “Si fanno un po’ da recinto, queste due scarpe: una la odio, una deve stare là”. “Scarpe #2” è morbida e delicata, suona completamente diversa da sua sorella: scopro così che questo pezzo nasce prima di “SCARPE #1”, Luca la canta già da due anni in acustico ed è una delle sue preferite del disco nuovo, insieme a “Promoter”. Ho progettato delle scarpe con ventose / e non attaccano sui muri di cemento; scarpe per andare via e per essere leggeri, insieme a una auto nuova che va ad acqua e foglie secche / ti porto a fare un giro / la musica la scegli tu.

Inizio a capire cos’è per Luca questo nuovo disco: è affondare le mani in tutto lo schifo del passato e dire “basta, c’è da pulire”. Ma il magma è tanto da smaltire in un disco solo, ed è per questo che Luca ne sta già scrivendo un altro. “Non è esaurito [il magma], esce e poi ricrescono tutti i fiorellini, esplode il vulcano e poi escono alberi bellissimi. In realtà sto aspettando che germoglino un po’, questi fiorellini”.

 

Chiara è su Instagram.

 

Marta Palazzo

martamariapalazzo@gmail.com