Bonobo Live Arena Flegrea di Napoli: il sud diventa nord per una notte.

Alle 21:00 in punto, l’Arena Flegrea di Napoli è carica dei toni caldi del tramonto. Le persone iniziano ad affollare gli spalti, ed in perfetto orario sale sul palco HÅN, classe 1996, ma con tanto talento da vendere.

Il progetto risente fortemente delle influenze elettroniche nord-europee (Sigur Ros, Massive Attack, Radiohead, etc) ed è molto apprezzato dal pubblico di Napoli. Il sound, dapprima dolce e malinconico, sul finire del set si carica di suoni pesanti e cadenzati: ottima scelta per preparare il pubblico al set successivo.

 

Il set di HÅNscorre in maniera piacevolissima e, alle 22:05,Bonobofa il suo ingresso in scena.

I primi due brani sono tratti dall’ultimo lavoro “Migration”del 2017 e sono l’omonima canzone che da il titolo al disco e “7h Sevens”. Immediatamente si sente la differenza con i tanti progetti di musica elettronica che ci sono in giro per il mondo, la caratteristica principale di Bonobo è l’equilibrio.

L’equilibrio che regna tra la moltitudine di suoni che provengono da quel palco.

“7h Sevens” è un mix perfetto di fiati, suoni elettronici e di batteria, quest’ultima molto articolata e quasi sempre in primo piano rispetto agli altri strumenti.

Bonobo saluta Napoli per la prima volta e sembra davvero felice di essere dov’è a fare ciò che sta facendo.

Il terzo brano in setlist è “Towers”, tratta da “The North Borders” ed è accolto con un calorissimo applauso del pubblico. Szejerdene, la vocalist che accompagna Bonobo nei live, è una perfetta crasi di Soul e Trip Hop, è davvero difficile pensare ad un’altra figura in grado di cantare così bene su di una base ritmica ed armonica così complessa. Il finale in crescendo della sezione di fiati, con la cassa che scandisce i 4/4 del ritmo cardiaco dei presenti è pura simbiosi tra artista e pubblico.

Dopo un paio di brani più “rilassati” arriva il trittico probabilmente più famoso di Bonobo: “Prelude”, “Kiara/Kong”, dall’album “Black Sands”: l’Arena Flegrea impazzisce letteralmente, il kick elettronico prepotente, i suoni di basso “Acid House” e le armonie dettate dai fiati formano un muro di suono che tira pugni nello stomaco e allo stesso tempo carezze sui volti dei presenti. Nel frattempo il resto della band non è sul palco, ma la differenza non si nota più di tanto, Bonobo non è solo un ottimo “direttore d’orchestra”, ma un artista a 360 gradi che tiene egreggiamente il palco, suonando oltre al basso anche diversi Synth e pad di batteria.

Su “Surface”l’intera band ritorna sullo stage. Il visual è un mare fluorescente, quasi “elettronico”: un intero oceano di starlights, mare e ghiaccio, da rimanerci a bocca aperta.

Dopo questo momento onirico e leggermente più rilassante è la volta di “Bambro Koyo Ganda”: il ritmo tribale fa impazzire l’Arena (io personalmente non ho mai visto una Napoli così europea, ndr): la gente è in piedi, ovunque, balla e si lascia trasportare, d’altronde il momento è di quelli vicini alla perfezione.

Il sound, l’acustica del luogo, e persino il cielo (che stranamente sembra più nord-europeo del solito), è tutto perfetto.

Dopo una lunga parte strumentale è la volta di “Cirrus”, una delle canzoni più famose di Bonobo. Già dalle prime battute riconoscibili di cassa, l’Arena lancia un urlo fortissimo che accoglie il sound “afro” di questo pezzo. Quando la batteria acustica raddoppia il suono di batteria elettronica, insieme agli altri mille suoni che si mescolano, questa canzone diventa come un treno in piena corsa, una suite lunghissima, un viaggio infinito.

“We Could Forever”è un’ulteriore svolta di questo show: l’elettronica di Bonobo è in perfetto mash-up con il Progressive anni 70’ di un flauto traverso da applausi e dai ritmi sempre più complessi del batterista (un vero fenomeno). Sul finale entra anche la sezione di fiati, non ho idea di che genere stia ascoltando, ma questa è davvero Bella Musica!

Bonobo sembra apprezzare sinceramente il calore del pubblico che ringrazia a più riprese ricordando che è la sua prima volta a Napoli e che è la sua unica data in Italia. Napoli applaude, sentitamente. Dopo una breve pausa, spazio ad un encore di tre brani in cui Szejerdene canta per l’ultima volta, il batterista sfoga tutto il suo estro con un assolo pazzesco e i subwoofer si prendono la scena con il gran finale che fa vibrare l’intera Arena.

Questa sera Napoli ha assistito ad un live di respiro internazionale e si è comportata come solo Napoli sa fare in questi casi: meritando il rispetto dell’artista, visibilmente emozionato di aver suonato in una delle città più belle del mondo.

Ciro Leale

cirole@ue.it