Il rap adulto di Ghemon

Dal 2000 ad oggi, la carriera di Ghemon ha mostrato valori forti ed antagonisti, riuscendo a dare una connotazione nuova e diversa ad un genere spesso maschilista.

«Non lo puoi fermare quando scorre». Ghemon cantava così in un verso, quanto meno profetico, nel lontano 2000, all’interno di «Bloodstains», progetto semi-ufficiale del suo primo team rap, i Sangamaro. Oggi che il suo rap è diventato maggiorenne, sembra doveroso un bilancio che tenga conto della longevità e della coerenza artistica di un rapper che ha imperniato la sua discografia sulle profondità di pensiero e lessico e su uno stile consciouse riconoscibile.

Adolescenza avellinese

Nato il «Primo Aprile ’82» ad Avellino, Gianluca Picariello cresce nella piccola provincia campana e sviluppa da giovanissimo la passione ed un’infinita curiosità verso l’Hip Hop. È un ragazzo attivo e mai domo, che in testa sfoggia delle cornrows à la Allen Iversono Andrè3000, tanto per citare due sue grandi passioni: il basket NBAe gli Outkast. Si avvicina al writingnei collettivi Vandalos e 15Barrato, dapprima coi nickname (non ufficiali) Ghemon Triste e Ghemon Tigre e poi con quello di Ghemon Scienzporto la scienza dentro il mio streetname perché voglio capire»). Appena diciottenne pubblica il suo primo demo, assieme a Domi e Fabio Musta nella crew Sangamaro: in un’epoca che sembra preistoria, venire fuori dalla provincia sembrava impossibile. Eppure, sia la critica (in particolare AELLE, fanzine pioniera nel rap italiano) che i pochi fortunati ascoltatori, apprezzarono le capacità e le complessità del giovane Gianluca.

Un rap di rottura

Dopo qualche anno di silenzio, coinciso con il suo trasferimento a Roma e la laurea in giurisprudenza, Ghemonreimpugna il microfono e si scrolla di dosso ruggine e tossine in uno dei suoi brani più combattivi di sempre: «Sulle batterie», primo di una trilogia e anticamera dell’EP Ufficio Immaginazionedatato 2006. Qui è già chiara l’impronta soulfule un certo tipo di tematiche: in contrapposizione al dilagante machismo proprio del rap, Ghemon scrive di amore e passioni, di storie finite male e di donne. Tanto che, nel suo primo disco ufficiale, «La rivincita dei buoni» del 2007, si mostra in copertina con un maglioncino lilla con degli orsacchiotti, «una decisione volontaria di rottura», dirà. Questo tragitto culmina nel 2009 con «E poi, all’improvviso, impazzire» con i Love 4et, un “ideale quartetto dell’amore” di dj e producer: un disco solido e lunghissimo, in cui duetterà anche con la fidanzata dell’epoca, Martina May. L’anno successivo, con lo pseudonimo di Gilmar, pubblica l’EP “EMbrionALE”, breve tributo al polistrumentista Jon Brion.

Ghemon oggi

Successivamente Ghemonsi trasferisce a Milano, prende peso («i trenta kili in più quando stavo in via Grossich») e non fa mistero di essere caduto in depressione. Ma la musica rimane il migliore palliativo possibile e, anche quando il rap non è vivo e nell’occhio del ciclone come oggi, Ghemon persegue nel suo percorso, studiando canto e dando vita, in un anno, al mixtape «Aspetta un minuto» e al disco «ORCHIdee» (2013/2014). Progetti che confermano, ancora una volta, il suo raffinato lirismo e il suo approccio alla faccenda: l’anticamera di quello che è «Mezzanotte» , di sicuro il disco della consacrazione e del definitivo salto di qualità, meritato per quanto caparbiamente e testardamente ricercato. Il resto è storia recente, con la partecipazione da ospite a Sanremo, il primo libro autobiografico pubblicato e la netta sensazione che un certo tipo di rap che oggi spopola (quello di Coeze Frah Quintale, ad esempio) sia un po’ figlio dell’estro artistico di Gianluca Picariello alias Ghemon.

 

Nicola Pirozzi

nicolapirozzi@ufficiok.com

allora levatevi da' coglioni, ché devo morire (Il Perozzi, «Amici miei»)